Fin dai banchi di scuola ci viene detto che Platone, nella sua Repubblica, delinea un modello di “comunismo” spesso riferito come il “prototipo del comunismo contemporaneo”. Oggi vediamo alcune differenze fondamentali tra quanto proposto da Platone e quanto da Marx.

Cos’è il comunismo platonico ?

Nel dialogo della Repubblica, Socrate (in quanto realmente defunto, come alter-ego letterario di Platone) elabora su come i filosofi siano le persone più adatte a gestire la polis greca, in quanto la loro virtù e sapienza, rese possibili dall’ontologia platonica dell’accesso alle Idee, gli permette di essere i governanti giusti che conoscono l’idea di Bene.

Questa posizione, fondata sull’ovvia influenza socratica del male come frutto di ignoranza, e pertanto del bene come frutto di conoscenza, dimostra però un elitismo di fondo, reso esplicito anche nel dialogo stesso: le guardie della città, ad esempio, non devono essere “corrotte” dalla letteratura e dalla poesia (caso limite è il principio di imitazione del giusto), e in generale le persone sono contente così come sono del loro ruolo nella città; ci sono pertanto solo alcune persone “riservate” al governo, perché per loro caratteristiche più adatte a conoscere e pertanto più giuste.

Tra i governanti-filosofi vige comunione assoluta di beni e di vita:

Prima di tutto nessuno deve avere sostanze personali, a meno che non ce ne sia necessità assoluta; nessuno deve poi disporre di un’abitazione o di una dispensa cui non possa accedere chiunque lo voglia. Riguardo alla quantità di provviste occorrenti ad atleti di guerra temperanti e coraggiosi, devono ricevere dagli altri cittadini, dopo averla determinata, una mercede per il servizio di guardia, in misura né maggiore né minore del loro annuo fabbisogno. Devono vivere in comune, frequentando mense collettive come se si trovassero al campo. Per quello che concerne l’oro e l’argento, occorre dire loro che nell’anima hanno sempre oro e argento divino, per dono degli dèi, e che non hanno alcun bisogno di oro e argento umano; e che non è pio contaminare il possesso dell’oro divino mescolandolo a quello dell’oro mortale: perché numerose sono le empietà che si sono prodotte a causa della moneta volgare, mentre integra resta quella che portano entro di loro. Anzi a essi soli tra i cittadini del nostro stato non è concesso di maneggiare e di toccare oro ed argento, e di entrare sotto quel medesimo tetto che ne ricopra; né di portarli attorno sulla propria persona né di bere da coppe d’argento o d’oro. E cosí potranno salvarsi e salvare lo stato. Quando però s’acquisteranno personalmente terra, case e monete, invece di essere guardiani, saranno amministratori e agricoltori; e diventeranno padroni odiosi anziché alleati degli altri cittadini. E cosí condurranno tutta la loro vita odiando e odiati, insidiando e insidiati, temendo molto piú spesso e molto di piú i nemici interni che gli esterni; ed eccoli già correre sull’orlo della rovina, essi e il resto dei cittadini. Per tutto ciò, continuai, diciamo pure che cosí debbono essere organizzati i guardiani per quanto riguarda l’abitazione e gli altri bisogni; e siano queste le nostre leggi. No?

– Senza dubbio, rispose Glaucone.

 

(Platone, Opere, vol. II, Laterza, Bari, 1967, pagg. 239-240)

Platone 428/427 a.C. – 348/347 a.C., avendo vissuto in prima persona l’esperienza del governo dei Trenta Tiranni (404-403 a.C) dopo la sconfitta di Atene per mano di Sparta, e la morte di Socrate nel 399 a.C., ebbe una forte influenza sulla sua immagine di politica che necessitava di un “ritorno all’ordine”, partendo da un’ottica fondamentalmente pessimista della società esplicitata anche nel mito di Crono nel dialogo Politico:

Narra lo Straniero che, mentre al tempo attuale la Terra e gli altri corpi celesti si muovono del moto che conosciamo, in passato, quando era Crono a governare, il mondo si muoveva in senso opposto. Questo movimento contrario aveva degli effetti notevoli sulla Terra e sui suoi abitanti: lo stesso ciclo della nascita e della morte era invertito rispetto all’attuale, e così gli uomini, invece di nascere da una madre, nascevano dal terreno già vecchi, e ringiovanivano con il passare del tempo, godendo senza sforzi dei frutti che la terra offriva loro spontaneamente. Tuttavia, anche quest’età dell’oro volse al termine, e, giunto il momento, Crono, da timoniere dell’universo, bloccò il moto del mondo, rovesciandone il senso di rotazione e causando enormi stragi, dando così inizio alla fase attuale. La vita nel nuovo ciclo è però ben diversa da quella del ciclo precedente, poiché piagata da una progressiva degenerazione che porta il mondo verso il caos. In questa nuova condizione gli uomini, privati della guida del dio, si trovarono inizialmente in difficoltà, e solo grazie ai doni degli dèi (in particolare, il riferimento qui è a Prometeo) poterono salvaguardare la propria esistenza e continuare a vivere.

 

(Wikipedia)

La tendenza al caos dell’uomo resa anche evidente dal tentativo di Platone di tener lontani i governanti dall'”oro mortale” che secondo lui li corromperebbe, riceve perciò un ruolo ontologico; d’altro canto però alcuni, come spiegato dal mito dell’Auriga, possono contemplare il mondo delle Idee (di cui conserverebbero in loro reminescenza) e perciò conoscere il Bene e il resto di esse, pertanto quando reincarnati possono svolgere il compito di governare gli altri membri della città secondo quanto è “oggettivamente” meglio.

Unendo il pessimismo platonico alla teoria morale e gnoseologica socratica, possiamo contestualizzare meglio l’ottica per cui vivremmo in una caverna di illusioni succubi della “δόξα” (doxa, “opinione”); possiamo emanciparci solamente con una conoscenza dell'”ἀλήθεια” (a-letheia, “assenza di oblio”), in Platone esemplificato nel mito della caverna concretamente nell’uscita dal regno delle ombre. Sicuramente non bisogna scordarsi quel rimando oscuro, al termine del mito, nel quale il liberatore viene ucciso violentemente da coloro che erano rimasti ingabbiati: tali liberatori “condurranno tutta la loro vita odiando e odiati, insidiando e insidiati, temendo molto piú spesso e molto di piú i nemici interni che gli esterni“.

La “divisione del lavoro” che viene compiuta nella Repubblica è però qualcosa di significativo: un guardiano non si “emanciperà” mai, non soltanto perché dovrà esser tenuto lontano da “corruzioni” letterarie (Libro III), ma anche perché, Socrate-Platone spiega, che “è contento così”. Il ruolo del guardiano, in quanto anima concupiscibile, è di fiero onore e di ardore coraggioso, non di raffinato conoscitore del Bene, pertanto adatto a combattere ma non a governare.

A parte l’ontologizzazione delle differenze sociali, che è una grossa ideologizzazione dello stato delle cose (o meglio, di come dovrebbero essere, rendendole “ideali” e immutabili), Platone si rivela fondamentalmente fascista, in quanto abbiamo una struttura gerarchica autoritaria e immutabile composta da ἄριστοι (aristoi, qui “ontologicamente” migliori). L’economia “comunistica” è solamente un modus vivendi (che vedremo esser fondamentalmente diverso da come inteso da Marx), che non viene però corrisposta da un diritto altrettanto comune di prender parte all’amministrazione della città.

 

Cos’è il comunismo marxiano ?

In concomitanza con la seconda Rivoluzione Industriale, Marx ha una considerazione hegeliana “ottimistica” per quanto riguarda le capacità di emancipazione dell’uomo perché come coscienza può dialetticamente evolvere in autocoscienza, mentre per Platone avviene il contrario in quanto la conoscenza è fondata sulla reminescenza, sul ricordo di quanto si è avuto esperienza nel mondo delle Idee, perciò non c’è modo di “cambiare”, si nasce in un certo senso predestinati a conoscere o meno, ad avere un ruolo o meno (l’ontologia Hegeliana perciò è “aperta” ed evolutiva, mentre quella di Platone è conservatrice).

Per Marx, il comunismo si rifà invece ad un’altra concezione antropologica, quella di ζῷον πολιτικόν, “animale politico” di Aristotele, sia in quanto “animale che fa parte della polis”, perciò per costituzione “sociale”, sia in quanto “animale politico” in senso stretto, ovvero che si attiva nell’amministrazione della polis; il punto di continuità con Platone è la naturalità dell’aggregazione sociale, ma d’altro canto non è antropologicamente giustificabile escludere persone dal governo della città in quanto tutti gli esseri umani sono capaci di λόγος, cosa che gli permette di comunicare (perciò esistere in socialità) e di confrontarsi, fare dibattiti, quando per Platone controvertire il governo dei filosofi-re sarebbe equivalente a fare il male (in quanto loro sarebbero qualificati a fare il Bene).

Se però per Aristotele esistono individui adatti a fare gli schiavi in quanto incapaci di governarsi e buoni solo ad eseguire per natura, Marx invece aborrisce l’impianto ereditato dall’ordinamento della polis con cittadini liberi (partecipanti alla democrazia) e schiavi. Aristotele aveva un atteggiamento giustificazionista in quanto prendeva come oggetto della sua filosofia ciò che era ἔνδοξα, ovvero nell’opinione comune, lo “stato di cose” che al contrario Marx si era impegnato a scalzare dal piedistallo dell’assolutizzazione (a questo è funzionale anche Deleuze in Differenza e Ripetizione con l’ontologia della pura differenza). L’evoluzione dialettica della coscienza in autocoscienza è peculiare di ogni individuo in quanto umano, pertanto nessuno è “per natura” escludibile dal governo della città e di sé stesso.

Il comunismo proposto da Marx fonda sulla messa in comune dei mezzi di produzione, ovvero sull’abolizione della proprietà privata, a causa dell’attribuzione da parte del filosofo di maggior importanza alla riproduzione materiale della società rispetto alla predominanza delle forme ideologico-culturali; per questo motivo, non si tratta necessariamente di una comunione di vita come quella proposta da Platone, ma basilarmente un diverso tipo di relazione sociale (economica); Marx non fornisce una “ricetta” per la società ideale, come invece fa Platone, ma delinea un elemento necessario per emanciparci dall’indesiderabile presente.

Avanzando la tesi che il capitalismo genera conflitto per sua propria natura e perciò il comunismo ne sia la soluzione assoluta, si deve comunque considerare che Marx non vedeva nel comunismo la società “utopica” perfetta senza male e senza inganni: il suo obiettivo era la realizzazione di una società dove l’individuo fosse cosciente di sé stesso in quanto non sottoposto a rapporti di produzione che generassero alienazioni e parvenze ideologiche che tutt’oggi ci ingannano e ci condizionano fisicamente a causa della necessità di vendere il lavoro da parte del proletariato, di far produrre per i capitalisti e in generale di intrattenere relazioni di scambio che si distorcono nei feticismi.

Il comunismo si distingue da tutti i movimenti finora esisti in quanto rovescia la base di tutti i rapporti di produzione e le forme di relazione finora esistite e per la prima volta tratta coscientemente tutti i presupposti naturali come creazione degli uomini finora esistiti, li spoglia del loro carattere naturale e li assoggetta al potere degli individui uniti.

La sua organizzazione è quindi essenzialmente economica, è la creazione materiale delle condizioni di questa unione, essa fa delle condizioni esistenti le condizioni dell’unione. Ciò che è tradotto in esistenza dal comunismo è appunto la base reale che rende impossibile tutto ciò che esiste indipendentemente dagli individui, nella misura in cui questo non è altro che un prodotto delle precedenti relazioni degli individui stessi.

 

(Karl Marx, L’Ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma, 2018, pag. 122)

Il fatto che il comunismo “tratta coscientemente tutti i presupposti naturali come creazione degli uomini finora esistiti” significa che esso, per Marx, ha la peculiarità rispetto al capitalismo di “svelare” quanto nascosto dietro il velo ideologico de-alienandoli, in quanto una pura presa di coscienza nel contesto capitalistico non è sufficiente:

[…] il valore non porta scritto in fronte quel che è. Anzi, il valore trasforma ogni prodotto di lavoro in un geroglifico sociale. In seguito, gli uomini cercano di decifrare il senso del geroglifico, cercano di penetrare l’arcano del loro proprio prodotto sociale, poiché la determinazione degli oggetti d’uso come valori è loro prodotto sociale quanto il linguaggio. La tarda scoperta scientifica che i prodotti del lavoro, in quanto son valori, sono soltanto espressioni materiali del lavoro umano speso nella loro produzione, fa epoca nella storia dello sviluppo dell’umanità, ma non disperde affatto la parvenza oggettiva del carattere sociale del lavoro.

 

(Karl Marx, Il Capitale, Editori Riuniti, Le idee, 1970, pagg. 88-89)

Il comunismo marxiano, in definitiva, puntando sulla potenzialità di emancipazione dell’uomo “dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso” (Immanuel Kant, Was Ist Aufklärung?), ha un ruolo strutturalmente e completamente diverso rispetto al comunismo platonico, che per semplicità verrà scomposto in due punti: il ruolo sociale dell’uomo, e il rapporto col lavoro.

 

Marx e Platone

Il ruolo sociale dell’uomo nei due diversi comunismi è polarmente opposto, in quanto nel comunismo platonico l’uomo “è contento di fare quello che fa” e si fa governare dagli ἄριστοι re-filosofi vivendo da “strumento felice”, mentre obiettivo del comunismo marxiano è compiere il progetto aristotelico dell'”animale politico” e illuministico di un uomo cosciente di sé stesso e della società che gli sta intorno, non più strumento ma padrone.

Il rapporto con il lavoro dei due comunismi è, d’altro canto, più complesso: per Platone è bene ricordare che il comunismo “panico”, totale, verrebbe praticato solamente dalla casta dei re-filosofi, mentre il resto del popolo (che in quanto amministrato dai re non è αὐτόνομος, non si “regola da solo”) può continuare tranquillamente la sua vita a contatto con “oro e argento umano, […] moneta volgare”, ed esercita la propria professione di guardiano o di produttore artigiano/contadino sempre sottoposto a quanto comandato dall’alto.

Il comunismo marxiano invece ha un rapporto col lavoro completamente diverso e molto più intimo, in quanto non solo il lavoro come categoria capitalistica viene abolito (in virtù di una produzione non sussunta allo scambio bensì al piacere della creazione), ma esso è addirittura il cuore di come si profila la società, perciò scardinando i rapporti di produzione capitalistici con l’abolizione della proprietà privata l’uomo, in modo conseguente, scardina anche tutti i presupposti necessari al capitalismo: divisione del lavoro e proprietà privata creano necessità di scambio, di conseguenza uso del denaro come equivalente universale e per questo il comunismo fa decadere le categorie logiche di merce, denaro e capitale che vengono feticizzate nel capitalismo e sono oggetto ideologizzato.

Se si può fare un confronto, eleggere l’uno o l’altro come migliore è inevitabilmente influenzato dalla concezione antropologica del valutatore, che tenderà ad accordarsi al filosofo a lui più simile: i fascisti infatti tendono fortemente verso un sistema platonico che si fonda su una più che forte gerarchia (non accidentale, ma strutturale perché ontologica) rispetto ai marxisti che per definizione propendono verso una società senza stato, senza classi e senza denaro, logicamente la negazione assoluta di quanto proposto da Platone.

Entrambi i sistemi però peccano di una cosa: tra lo stato attuale e quello che si auspica si estende una voragine enorme.

Dal lato platonico in realtà non si sa con precisione cosa dovrebbe mancare nella praxis per la creazione di tale società, ma identificando tale platonismo con il più corrente fascismo ciò che serve non è altro che la ripresa in mano di valori nazionali e identitari, oltre che di obbedienza e di impegno (“Credere, Obbedire, Combattere”).

Dal lato marxista invece la vicenda, essendo più complicata, è molto meno chiara perché se per alcune opinioni lo sviluppo di coscienza di classe e le condizioni materiali per il comunismo sono due cose automatiche e correlate, altre trovano invece che esso si potrebbe già realizzare ma manca l’autocoscienza della classe dei lavoratori, raggirati dai media e dai rapporti di forza in generale che permeano le società capitalistiche influenzando e manovrando tutti i campi del vissuto.

Purtroppo, per noi marxisti, tra il dire e il fare, c’è in mezzo ben più di un mare…

Alla prossima!

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