Nell’articolo precedente abbiamo analizzato che cos’è la proprietà come concetto, e che cosa vuol dire che qualcosa è nostro o meno.

Oggi però voglio approfondire le conseguenze di tutto questo.

Diventando infatti individui proprietari, noi ci scontriamo con situazioni completamente diverse rispetto a quelle che abbiamo incontrato finora. In primis l’espressione di noi stessi.

L’unicità: l’individuo proprietario di sé stesso

Il fenomeno che si verifica quando siamo proprietà di qualcos’altro, di un’idea come lo Stato, come la Religione e come la Moralità è che noi non siamo mai perfetti. Tutti e tre puntano ad un uomo che non c’è “ancora”, ma che deve essere costruito tramite le loro regole. Esse infatti creano un’astrazione dell’uomo, un “come dovrebbe essere” che perciò non ci appartiene, ma viene fissato come punto di arrivo della nostra vita.

Questo crea una dicotomia impressionante, ma molto concreta: la vita che stiamo vivendo ora non è “vera vita”, in quanto non siamo “veri uomini”.

La Religione è l’esempio più lampante di questo, in quanto riduce la vita terrena ad una non vita, ad un campo di prova dell’uomo per la vera vita, ad un percorso nel quale l’uomo deve rinunciare alla sua unicità per potersi guadagnare l’oltretomba. Ma non temete, è la stessa cosa anche per Stato e Moralità. Lo Stato crea le leggi e le impone su tutti perché in quanto Idea mira alla creazione del “vero cittadino”, al cittadino modello ligio alle regole, patriottico, fedele allo Stato. Nessuno è così, perciò lo Stato crea organismi di controllo, di censura, di prepotenza, in modo da potersi assicurare che noi lo siamo. La situazione è analoga per la moralità.

Il problema fondamentale di idee astratte come Religione, Stato e Moralità (che chiamerò d’ora in poi RSM) è che creano un modello generico di uomo, a cui tutti devono aderire altrimenti si macchiano di “peccato”, di “delitto” o di “immoralità”. Creano un uomo standard, che sia il cristiano, il cittadino o l’uomo morale, che però non potrà mai essere rispettato da tutti e in tutto per un semplice motivo: ognuno di noi è fondamentalmente unico, e non è riducibile al “cristiano”, come non è riducibile al “cittadino”. Questi attributi infatti non sono qualcosa a cui arrivare, bensì qualcosa da cui partire: io sono più che cristiano, io sono più che cittadino, io sono me e io sono solo come me stesso.

Quando qualcosa mi viene imposto, ad esempio di diventare cristiano, un qualcosa di esterno prende sopravvento, il cristiano in me deve governare tutto me stesso, sostituirsi alla mia volontà, una mia proprietà mi si ritorce contro. In questo modo però non è più mia proprietà, io sono sua proprietà, e per questo vengo usurpato del mio potere su me stesso. Infatti, è essa a fare di me ciò che vuole, e non viceversa. Infatti, se io fossi proprietario della mia cristianità potrei anche decidere di distruggerla, di sbarazzarmene, mentre invece accade il contrario se la Cristianità mia proprietaria si sbarazza di me gettandomi tra le fiamme.

E la stessa cosa con lo Stato: se esso fosse una mia proprietà ne potrei fare quello che voglio, mentre è lui a sbarazzarsi di me quando non ha più bisogno della mia “corrotta” presenza, punendomi e gettandomi in carcere, distruggendomi.

La creazione di entità esterne in realtà non viene da nessuna parte, se non da me. Lo Stato non è nato da solo, bensì è figlio degli uomini, una loro proprietà. Ora invece sono io figlio dello stato, sono io una sua proprietà. RSM e tante altre idee erano dell’individuo, la cui esistenza era dinamica quanto il suo volere siccome dipendevano da esso. Quando però attorno a loro si è costruita la sacralità (immaginiamo ad esempio nel 1800 e 1900 quanto era sacra per un cittadino la propria Patria), esse sono diventate fisse, si sono staccate dalla proprietà dell’individuo diventando degli Io indipendenti, proprietari come qualsiasi altro io. Chiunque provasse ad infrangerne la sacralità era un peccatore, un delinquente, un farabutto, e come tale doveva essere punito. Coloro che venerano queste sacre entità non sono altro che degli ossessi, degli invasati che si fanno controllare da degli spiriti, che vivono per loro, di cui sono strumento e non proprietari.

Per questo motivo, ci sono delle alternative. I legami fissi, predeterminati e imposti devono tramontare in favore delle unioni, delle associazioni volontarie, proprietà dell’individuo che la compone.

Già al giorno d’oggi ne abbiamo, ma sono proprio i legami imposti a sopprimere la nostra unicità: infatti noi possiamo decidere di partecipare liberamente in qualsiasi associazione, non siamo obbligati ad entrarci né ad uscirci, ma siamo tutti tenuti a comportarci in un certo modo sotto minaccia della punizione dello Stato. La soluzione è che anche lo Stato diventi un’associazione, uno strumento al servizio dell’associato che rinuncia a determinate libertà volontariamente per avere i suoi vantaggi, come un membro di un’associazione scacchistica paga la retta annuale per poter finanziare i tornei, ma può decidere di ritirarsi da questo dovere quando vuole, rinunciando ai vantaggi della partecipazione.

In questo modo, torniamo noi ad essere proprietari delle cose, e non viceversa. Finché vorremo fare le rivoluzioni, non faremo altro che cambiare il nostro vecchio proprietario con uno nuovo e più scintillante. Nel Medioevo infatti era la Chiesa a possedere i fedeli, come oggi è lo Stato coi suoi cittadini. Quello che bisogna fare è invece ribellarsi, eliminare ciò che abbiamo al di sopra di noi per ripristinare il giusto fluire delle cose, volto al nostro vantaggio e non al vantaggio di un’idea astratta, in modo che viviamo la nostra vita e non quella prescritta da qualcun altro.

Ciò comporta molti cambiamenti anche dal punto di vista della proprietà materiale e intellettuale, che analizzerò nel prossimo articolo. A presto!

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