La visione dell’alienazione di Marx, specialmente resa esplicita nei Manoscritti Economico-Filosofici del 1844, è stata spesso uno dei punti cardine delle interpretazioni della filosofia marxiana, non solo in chiave di metodo ma in modo particolare per quanto riguarda il fine della prassi rivoluzionaria: la riconciliazione dell’uomo con sé stesso.

L’eliminazione delle strutture di alienazione, delle relazioni che poste alla base portano ad un’esistenza “non genuina” è infatti quanto sembra il cuore della escatologia marxiana, in quanto il capitalismo è un sistema di relazioni che priva l’uomo della sua “essenza” tramite l’alienazione (dal latino alienus, estraneo), il “rendere estraneo ad esso”, la sua essenza e autonomia in “cose” e concetti ideologici, siano essi lo Stato (potere e autonomia di decisione dell’individuo alienata da esso), la Cultura come forma di conoscenza arenatasi nell’astrazione al di fuori della storia e delle condizioni concrete dell’esistenza e pertanto resasi assoluta, eccetera.

 

Cosa? Cosa!

Partendo da Hegel, quanto venga consegnato all’astratto viene sradicato dalla realtà per essere privato del dinamismo e della opposizione che si può invece creare nel concreto, “uccidendolo” pertanto dalla sua vitalità e cambiamento, rendendolo cosa autonoma e non in relazione al resto. A ciò aderisce perfettamente la concezione della Cultura, come detto prima, come “serbatoio” delle conoscenze (peraltro ideologiche e distorte) capitalistiche e dei periodi precedenti, spesso uccise in citazioni ed elaborazioni decontestualizzate.

La decontestualizzazione e autonomizzazione è comune però anche a tanti altri fenomeni, come l’esistenza dello Stato il cui potere, ovviamente sociale, non è esercitato dalla società in modo consapevole o almeno esplicito, bensì è una struttura di potere che “fluttua” concettualmente sulle persone, diventando assoluto e necessario nel momento in cui non può essere messo in discussione dalle persone che inevitabilmente tenderanno ad esserne fagocitate per quanto riguarda ad ordinamento, a leggi, a diritti e doveri. L’unico modo in cui la socialità riesce a rendersi padrona dello Stato è tramite la scabra fantocciata delle elezioni di rappresentanti, o votazione di leggi tramite referendum (quando lo Stato non fosse in mano ad un’autocrazia) che fanno rivivere il collegamento società-Stato una tantum e in modalità assolutamente indirette.

Lo Stato moderno, oltretutto, ha delle proprie regole fondamentali nella Costituzione, che di base fornisce il nucleo intoccabile dell’essenza dello Stato, al di là delle mani delle persone che lo sorreggono e nel caso essa fosse modificabile lo sarebbe attraverso mille cancelli e organi diversi, che devono curarsi di rispettare una moralità e un interesse compatibile con la sussistenza del sistema socioeconomico così com’è: lo Stato è, infatti, tramite le leggi che vedono nelle forze di polizia e l’esercito i propri esecutori, fondamentalmente conservatore e apparato del capitalismo, o in altre epoche di altri sistemi socioeconomici, basato comunque su un’alienazione del potere autonomo della società.

Il Capitalismo, in modo più generale e intenso, porta alle sue conseguenze la “cosalizzazione”, o reificazione, di rapporti sociali o addirittura di persone tramite la “oggettivizzazione” del lavoro tramite la considerazione di un lavoro astratto che considera i lavori diversi non come effettivamente diversi e pertanto non confrontabili, bensì come invece di qualità omogenea e di quantità X che poi vanno ad esser confrontate nello scambio. Alla base del capitalismo, ma allo stesso tempo come obiettivo di esso, si può individuare una cura per il materiale, o meglio per la cosa, in modo assolutamente inaudito rispetto ad ogni altra epoca, tanto che il sistema stesso si fonda sul presupposto della produzione espansa, che poi porta a profitto: non sono forse queste delle categorie che contengono cose ?

Il production drive del capitalismo è lo stesso che porta al collasso ecologico in virtù della produzione “per sé stessa”, e non finalizzata all’uomo, produzione che si fonda sul lavoro umano e pertanto consta di una “uccisione” del “vivo” umano nel “morto” cosale, spessissimo riferito nel Capitale nella contrapposizione tra il lavoro concreto e vivo, fluido e vitale, e il lavoro astratto e morto, oggettivo (nel senso di oggettuale) e oggettificato nel prodotto che se ne accolla un valore astratto, certamente fondato sul valore d’uso particolare generato dal lavoro concreto, ma astratto (e hegelianamente ucciso e irrealificato) in una quantità omogenea manifestata nel tempo di lavorazione, fondandosi sul lavoro in quanto “lavoro” e non in quanto attività concreta di un tipo o un altro. Constando di lavoro astratto, e sulla accumulazione di esso, il capitalismo necessita di cosalizzare il lavoratore in prodotti.

Andando alla radice della cosa, però, ritorna questa “cura” per il materico, per l’oggetto, per la cosa che viene alzata a misura del benessere, a misura del progresso, a misura del tempo che passa in funzione del progresso delle cose mentre il progresso dell’umano viene lasciato a marcire nella propria santificazione e l’ordine stabilito rimane intatto nella sua assolutizzazione ideologica. Il presupposto filosofico del capitalismo non può che essere questo, perché un sistema di rapporti di produzione orientato allo scambio è fondamentalmente legato alla valorizzazione della cosa come strumento dell’uomo, finendo però per glorificare la cosa come fine dell’uomo, nonostante la cosa debba essere il mediatore tra l’uomo e la propria realizzazione essa è diventata la realizzazione.

Non soltanto, la cosalizzazione di tratti caratteriali e di gusti tramite l’espressione in cose, come gadget e ammenniccoli simili, nel tentativo del recupero della socialità persa proprio a causa della cosa, rappresenta il tentativo di cura del male con un’intensificazione del male stesso, con conseguente senso di estraneazione e di insoddisfazione profonda che non riesce ad essere articolata in modo chiaro o coerente, perché fondamentalmente non è tale: l’uomo si rende tale fuori da sé stesso, e pertanto è suscettibile anche al confronto e conseguente competizione sociale dell’espressione in cose, con la tendenza (che a me piace molto comunicare come drive) dell’accumulo di più cose con l’inganno dell’avere più “io”.

 

Razionalità come filosofia della cosa

Alla base e come cappello di tutto questo non si può eludere una razionalizzazione e una quantitativizzazione del tutto, manifesta nel Positivismo ma più in generale nella fiducia per la scienza e per la razionalità scevra dell’umano, orientato alla cosa, tramite la iconica divinizzazione della scienza in Comte, chiara nella tendenza a razionalizzare, a misurare, a calcolare e a inquadrare non solo la cosa ma anche l’uomo ai fini della produzione con la massima efficienza, sia essa sul luogo di lavoro, o nella scuola, o in ospedale, come indicato da Foucault.

L’uomo viene pertanto trattato anch’esso come cosa, come parte del meccanismo e pertanto meccanismo egli stesso, privo di una propria vita e in questo sfracellato tra gli ingranaggi in mezzo ai quali non è adatto come ingranaggio. Le tendenze razionalizzatrici sono anche determinatrici, volte alla dispersione di quella nube di potenzialità e imprevedibilità (messa a nudo di nuovo da Foucault in Sorvegliare e Punire nella transizione dal mantenimento dell’ordine tramite l’inefficiente “esempio”, e la sua evoluzione in un sistema di controllo tramite polizia, identificazione e punizione in carceri create ad hoc) di cui Deleuze ha parlato, la famosa “territorializzazione” come individuazione di qualcosa in un determinato, sia esso territorio, codice fiscale o corrente ideologica, a cui si può accostare anche la tendenza partita dal 1400 in poi di una specializzazione anche del sapere, come creazione di branche sempre più incavate e autonome (in primis l’economia, nata a partire dal 1600, proprio in concomitanza con la capitalistizzazione e come branca di studio di tali relazioni), per questo anche sempre più astratte, a presupposto del capitalismo ma anche a conseguenza di esso.

L’ideologia del razionale è peraltro corrisposta dall’insoddisfazione che ne deriva e dalle manifestazioni estremamente irrazionali al contrario nei comportamenti dell’individuo asocialmente sociale, e questa razionalità dei mezzi capitalistici non è altro che il contrapposto dell’irrazionalità alla base del suo inizio e del suo fine nella filosofia del materiale e non dell’umano, in una contrapposizione che però si riconcilia nella totalità del sistema, e che ne pone sia le condizioni di esistenza così com’è sia i punti di crisi in quanto generante una lacerazione inevitabile per l’essenza stessa del sistema.

Con la crisi definitiva del Fordismo negli anni 60-70, la più evidente tendenza razionalizzatrice e misuratrice decadde per assumere dimensioni più sottili, insinuandosi nei cunicoli sempre più penetranti di ogni interazione nel lavoro (ma anche nel rapporto economia-stato), tramite la contraddittoria liberazione dei “flussi desideranti” nel neoliberalismo che li ha resi ancora più prigionieri, in relazione anche all’estensione dei mezzi di comunicazione, pubblicità e propaganda con televisione e internet (oggi nella tasca di ciascuno), manipolandone le coscienze da un lato e con la “liberazione” dell’economia dall’azione statale la manipolazione della fisicità del lavoratore rimuovendo anche le “safety net” fornite dallo stato nel caso di perdita di lavoro e sussidi di disoccupazione e pensionamento.

 

L’inganno metafisico dell’ideologia

In questa sussunzione della percezione e della fisicità più immediata dell’individuo si vanno ad inserire le categorie ben più consolidate e dalla lunga datazione di ideologia e rapporti di produzione (con relativi rapporti di proprietà), che dominano il phenomenon sociale da un lato e il corpus dall’altro, con la ancor più grande validità della feticizzazione del denaro, della merce e in generale della cosa a causa dell’intensificazione del livello di reificazione  e la sempre più raffinata sussunzione fisica del lavoratore che ora vive di una sopravvivenza espansa, non più limitato alla miseria proletaria nel caso di mancanza di lavoro ma anche alla miseria postmoderna della perdita di una immagine determinata dal possesso e dall’uso di prodotti, vestiti o servizi che creano un’apparenza o una autovalidazione del proprio valore nell’assenza della cosa che finalmente potrà esprimere noi stessi, al modico prezzo di €120 e pronta ad essere sostituita da una nuova menzogna l’anno prossimo.

L’illusione della realtà dei classici feticismi del valore del denaro, della “inevitabilità” della merce e della “naturalezza” del rapporto di proprietà privata e l’intero sistema di relazioni di produzione che sta alla base a alla cima di esso è frutto di quella cosalizzazione di rapporti sociali e la conseguente sradicazione dalla mutevolezza e contestualità del reale, per essere proprio in funzione di questo eternalizzato e assolutizzato nel regno dell’astrazione che si rende però completamente reale nella sua de-esplicitazione, ovvero nella sua integrazione e implicitazione nelle relazioni sociali che, avendola creata, ne vengono invece sottomesse.

Si può in questo osservare la “morte” del vivo che in questo però si consacra e si rende “veramente vivo” nel suo innalzamento dalla realtà in cambiamento e densa di contraddizioni in rappresentazioni uniformi e perfette, noncuranti del marcio del quale si nutrono e la stessa incapacità di prendere consapevolezza del reale (perché filtrato tramite la lente ideologica) a causa della ossessiva permanenza di queste illusorie stratificazioni mentali, che in ciascuna parte del mondo, in ciascun gruppo sociale, in ciascuna zona di periferia o di centro assume la faccia di una menzogna diversa dallo stesso significato: non è il sistema il problema, lo sei tu; tu però sei solamente un “potenziale milionario”, un “imprenditore di te stesso”, non è nemmeno colpa tua; ma d’altro canto è colpa tua che non fai abbastanza. Si entra in una infinità ciclica e chiusa perché fondata su una contraddizione che è la negazione ideologica del reale, la reale negazione dell’ideologia in quanto sottintesa e parte integrante della percezione e la reale ideologia della negazione della contraddizione.

 

Disintegrazione dell’essere

Questa allucinazione ha portato l’individuo atomizzato (da a-tomos, non divisibile) ad essere invece ulteriormente sgretolato negli oggetti di cui si circonda e di cui è privabile, oltre che è estraneo; la esternalizzazione assassina dell’essenza dell’uomo nel paradiso eterno dell’ideologia non ha fatto altro che spogliarlo di quanto è, la propaganda e la pubblicità di quel che vuole, e il mercato di quel che può.

Il periodo storico della più completa reificazione e cosalizzazione dell’uomo in altro da sé o deve portare ad un riconoscimento del Sé nell’Altro, e non nella proiezione e “collasso” del soggetto in esso, e pertanto anche alla riappropriazione del sé eliminando le relazioni alienate per poter ristabilire l’equità tra il sé e l’altro distruggendo i fattori di dominio dell’altro perfettamente sostenuti dal capitalismo, o porta inevitabilmente ad un’alienazione irrimediabile dove l’uomo è estraneo a sé stesso e per questo schiavo del sociale alienato mosso in modo inconsapevole, senza pertanto presa di coscienza del reale oltre l’ideologia e l’azione ad esso necessaria per l’emancipazione di quanto abbiamo già. Le vie di mezzo esistono, ma sono particolarmente oscure per un’epoca nella quale si tende agli estremi del vero e del falso.

L’essere non più integrato in sé stesso è pertanto il soggetto del postmoderno, ancor meno sé del proletario del 1800, e la disintegrazione porta a fenomeni di inconsueta novità.

Tutta questa retorica poggia però su una fondamentale e solida base, senza la quale comincia a danzare in aria verso la collisione col terreno: deve esistere una qualche essenza perché si possa parlare di alienazione, e un’essenza metastorica non è altro che una delle tante cristallizzazioni ideologiche dalle quali si subodora che bisogna tenersi alla larga per un’analisi vera (o almeno plausibile) della realtà; l’alienazione è presente nel giovane Marx, e nonostante si possa ricollocare il tutto anche nel suo periodo più maturo con il Capitale e i suoi riferimenti a lavoro vivo e lavoro morto, in cui è fortemente evidente il riferimento al cosale, oltre che allo sfondamento della nebbia ideologica tramite l’esposizione (Darstellung) del “noumenon” al di sotto del “phenomenon” del feticismo delle merci, del denaro e così via, si può osservare che di alienazione non si parla né in modo esplicito, neppure si allude mai in modo consistente a tale argomento negli scritti di Marx dopo il 1850, come osservato da Fineschi.

Il rifiuto di una categoria metastorica di un’essenza porta allora alla considerazione di un’essenza socialmente determinata che viene poi alienata, ma in tal caso non si finirebbe forse per definire un individuo capitalistico nell’unità capitalistica, che ovviamente non viene alienato perché cosale per definizione ?

Ciò che il Marxismo si proporrebbe di fare sarebbe allora un rifiuto dell’uomo cosale non in virtù di un ritorno ad una “essenza originale”, originale sia in senso cronologico sia in senso ontologico. La lettura di Marx, nella proposizione del comunismo come in un certo modo la “fine della storia” se preso in senso letterale sarebbe sicuramente deludente dal punto di vista delle soluzioni proposte e dalla “profezia” di qualcosa di ultimo, ma da questo pensatore ci si potrebbe aspettare piuttosto la proposta di un comunismo inteso come fine della “storia” e inizio di qualcosa di radicalmente diverso, non per questo “genuino” e da cui ontologicamente meglio, bensì come uno stato per alcuni più desiderabile nel quale stare, considerabile in un certo senso più naturale per il semplice fatto che l’uomo è in contatto con sé stesso nel suo esercizio di potere, di passioni e di vita.

Ma anche se non avesse detto questo, cosa ci impedisce di dirlo noi ?

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