Prima di cominciare la nostra analisi del sistema economico capitalistico, e delle sue dinamiche interne, è necessario trattare in ultimo il rapporto reale che sussiste tra la Società e il Materialismo Storico.

 

Il Materialismo storico non è determinismo economico

La grande tentazione che verrebbe a chiunque sarebbe quella di leggere un paio di articoli, dire che la società, la cultura e la politica sono determinate dall’economia, in maniera stretta e deterministica in senso stretto.

Quello che il materialismo storico ci aiuta a comprendere è come la priorità della società sia la sopravvivenza dell’uomo: esso infatti non può prescindere dalla sua sopravvivenza, perciò nel caso alcune forme sociali/politiche andassero contro alcune forme economiche, ad avere la priorità assoluta saranno quelle economiche.

Ciò però non significa che a suo modo la componente sociale, ideologica e politica sia determinata dall’economia “pari pari”. Possiamo osservare infatti, per esempio nel campo della filosofia (che è parte della sovrastruttura ideologica), che certi modi di pensare siano certamente influenzati dalle relazioni economiche del tempo in cui vengono formulati, ma siano anche in risposta a quelli di filosofi precedenti, oltre il “raggio d’azione” del sistema economico.

Possiamo trasmettere questo anche in politica, in quanto possiamo constatare che il fluire del discorso politico sia certamente influenzato dall’economia, ma sia anche in evoluzione rispondendo a certe forme del passato. In questo, trovo che la dialettica del pensiero hegeliana sia compatibile con il materialismo storico, chiaramente quando inserita all’interno di un contesto che dall’economia non può assolutamente prescindere (ma ho intenzione di dedicare molto più tempo a questo argomento in futuro).

Per concludere questa sezione, vorrei precisare anche che l’influenza tra struttura e sovrastrutture non è unilaterale (ovvero l’economia influenza le altre sfere e basta), bensì c’è un rapporto di reciprocità con la quale la politica può intervenire sull’economia, l’ideologia creare le basi per determinate scelte politiche e così via, costituendo un intero molto più complesso di quanto possa sembrare con un’analisi superficiale della questione.

 

Le classi sociali e lo Stato

Come abbiamo visto negli articoli precedenti, con lo sviluppo dell’economia piano piano la divisione del lavoro aumenta. Questo significa non solo che si crea una classe di lavoratori che si occupano di specifiche attività, ma anche che c’è bisogno di un’attività di coordinamento una volta che l’economia comincia a diventare complessa: lo Stato.

Esso infatti non sarebbe potuto nascere se non ci fosse stata un’economia sufficientemente sviluppata da permettere ad alcuni individui di non lavorare nel settore produttivo, e comunque doveva rispondere ad una necessità di coordinamento e gestione macroscopica dell’economia.

La nascita delle classi sociali, per cui, è necessaria (o se non necessaria, estremamente utile) in un’economia oltre lo stato primitivo. Ad un certo punto però, come analizzeremo con grande attenzione in futuro, le classi sociali e lo Stato non avranno più bisogno di esistere, in quanto il grado di efficienza sarà tale da non occupare più di un certo numero di lavoratori (ad esempio, come ho già riportato nell’articolo precedente, 796 mila agricoltori riescono a supplire al fabbisogno alimentare di 45 milioni di italiani), permettendo una organizzazione più anarchica del lavoro.

Marx giunge a questa conclusione anche con il cuore dell’Hegelianismo, ovvero la negazione della negazione: la negazione iniziale è la creazione di classi sociali a partire da una società senza di esse, mentre la negazione della negazione è il ritorno ad una struttura uniforme, senza divisioni. Questa “sintesi” concilia gli stadi precedenti, in uno stadio più evoluto.

Credo che sia possibile verificare come tale situazione possa evolvere anche senza partire da una tale premessa metodologica (attraverso la quale è stata formulata la risoluzione dell’economia nel comunismo), bensì da un’analisi economica, sociologica e filosofica attraverso la quale riuscire a prevedere per quanto possibile come possa evolvere quello che possiamo esaminare oggi, tenendo a mente la quasi impossibilità di una previsione precisa dimostrata molto bene da Kaczynski nel primo capitolo di Anti-Tech Revolution: Why and How, basandosi sulla teoria del caos e un insieme di altri fattori.

In ogni caso, possiamo constatare come lo Stato abbia fondamentalmente la funzione di mantenere l’ordine (concetto che comprende anche il mantenimento del corrente assetto sociale), per il quale ha bisogno di un monopolio della forza sia per proteggere la società da turbolenze interne tramite la polizia, sia dalle turbolenze esterne tramite l’esercito. Il suo uso è regolamentato da un codice di leggi, che determinano se o se non usare la forza. È chiaro che qualsiasi legge deve necessariamente avere una forza dietro, perché altrimenti potrebbe essere infranta senza conseguenze.

Questo ci porta ad una situazione dove lo Stato tende ad avere un’inerzia più grande al cambiamento rispetto alla società, e comunque riesce “artificialmente” a influenzare l’economia, la società e la cultura, proprio grazie al suo monopolio della forza. Questo è uno dei motivi per cui c’è un feedback bilaterale tra struttura e sovrastruttura, come anche perché viene attribuita una grande importanza al controllo sullo Stato in concomitanza alla distruzione del capitalismo: il suo monopolio della forza potrebbe imprimere delle strutture economiche anche in maniera artificiale, nel bene e nel male.

Una volta portata l’economia ad uno stadio maturo, il bisogno dello Stato dovrebbe scomparire, permettendo la sua dissoluzione. L’argomento però è fortemente controverso, perché una classe di persone con il monopolio della forza e il controllo dell’economia difficilmente lascerebbe il potere; in ogni caso, ne discuteremo ampiamente più avanti.

Possiamo comunque concludere che nel mondo di oggi ci sono delle cose che riusciamo a controllare, e altre che invece sono completamente al di fuori anche della nostra coscienza: è un po’ quella quotidianità divisa tra potere e impotenza, tra vero e illusione su cui ha steso tanti libri Henri Lefebvre, su quel sintomo di una società umana che, nonostante essa stessa produca il mercato, lo Stato e l’ideologia, ne è allo stesso tempo alienata; ed è di questo che parleremo nel prossimo articolo.

Grazie della lettura!

Avviso: il sito si è spostato!

Ho acquistato il dominio sigma.blog e reso il tutto più veloce, più efficiente, più bello e con tutti gli articoli, compresi quelli nuovi che scriverò lì da ora in poi.

Per poter commentare e seguire gli ultimi articoli, clicca sul pulsante, e se cercavi qualche articolo vecchio, lo troverai nella homepage!

Grazie per la lettura,

Sigma.