Come abbiamo visto nell’articolo precedente, la scuola di pensiero marxista rintraccia l’origine della società e della cultura nella struttura economica.

Questa interpretazione, chiamata materialismo storico, permette di analizzare a fondo i cambiamenti sociali e politici in modo praticamente scientifico, facendo scaturire da essa moltissime discipline come la sociologia moderna. Ora esamineremo più a fondo il funzionamento della società, anche in vista dei prossimi articoli.

Per ogni cosa ci sono dei presupposti, e nel nostro caso la lente si sposta verso la sopravvivenza umana: perché ci sia società infatti, devono esserci uomini, che a loro volta hanno bisogno di determinate risorse e condizioni per poter vivere a partire da cibo, acqua, riparo ecc.

La Preistoria

L’esistenza di beni però presuppone anche una loro produzione: negli stadi più primitivi della società essa non era nemmeno esistente, limitando la disponibilità di risorse a ciò che si raccoglieva e si trovava durante le migrazioni. Con l’avvento di una sempre maggiore sedentarietà per l’aumento di popolazione, l’uomo dovette perciò cominciare a produrre: con la sola caccia e raccolta infatti non si poteva più sfamare un numero elevato di persone, facendo dunque ricorrere a tecniche come l’agricoltura e l’allevamento che permisero la sopravvivenza e la stabilizzazione delle società preistoriche.

La divisione del lavoro all’epoca cominciò a definirsi: c’erano coloro che coltivavano, altri che si occupavano del bestiame e altri ancora che producevano utensili di qualsiasi tipo. Per questo motivo cominciarono a definirsi anche dei ruoli non solo economici, ma anche sociali e proto-politici: si cominciava a delineare una gerarchia, che precedentemente si limitava allo stadio primitivo del gruppo Alpha e gruppo Beta.

Questo determinò anche la nascita di una divisione nella proprietà: con la crescente complessità della società e dell’economia si abbandonò l’iniziale proprietà comune, per arrivare a degli stadi dove c’erano alcuni beni della collettività e infine a sancire la proprietà personale delle famiglie.

Con l’avanzare dei secoli e la crescente popolazione, le necessità materiali si evolvettero, il che determinò di conseguenza il bisogno di uno sviluppo nei mezzi di produzione dei beni, e perciò dell’economia. Con la costante divisione del lavoro, anche le distinzioni sociali si definirono sempre più nettamente, fino a stabilizzarsi: la società ormai era in grado di produrre abbastanza senza che tutti dovessero essere coinvolti, costituendo delle classi sociali di lavoratori e altre di intellettuali, sacerdoti e così via, causando la necessità di un’organizzazione più estesa e strutturata: lo Stato, costituito proprio da membri non lavoratori che si dedicavano alla gestione macroscopica delle risorse.

Le società schiavili

Queste condizioni di produzione andavano a braccetto con l’evoluzione della proprietà che generò le società schiavili, nelle quali la classe dei lavoratori “coatti” diventò una componente costante nell’economia. Questi lavoratori, proprietà di altre persone, avevano la funzione di produrre i mezzi di sussistenza della società che nel frattempo stava evolvendo anche dal lato politico e culturale: oltre al ceto degli intellettuali infatti, anche un’altra parte della popolazione si “liberò” degli oneri della terra per invece dedicarsi all’artigianato, al commercio e alla guerra. Le tracce di società di questo tipo si possono trovare fin nei Babilonesi e negli Assiri, raggiungendo il loro apice con l’Impero Romano.

La differente organizzazione dell’economia richiese anche una riorganizzazione politica, in quanto i ceti “medi” avevano le loro peculiari necessità che non potevano essere soddisfatte con un sistema statale superato. I fratelli Gracchi furono i portavoce di queste nuove esigenze economiche, e a loro volta politiche, della plebe durante la Repubblica Romana. Anche la classe dei patrizi fece sentire la sua voce con il crollo della Monarchia, in quanto la potenza economica, politica e sociale del Re sfumò progressivamente, per andare invece in mano ad un oligopolio patrizio.

Il feudalesimo

L’Impero però, a causa di numerosissimi problemi demografici, militari e politici, piano piano si sfaldò, per lasciare il posto agli stati barbarici che si basavano su una diversa organizzazione sociale: essi fondavano la propria economia sulla guerra, e la loro società di conseguenza si basava su un’aristocrazia guerriera con una classe sottostante di “semi liberi” e infine gli schiavi.

Essi avevano una struttura piramidale con in cima il re-guerriero, ai cui ordini stavano gli aristocratici. Questa gerarchia si evolvette in vassallaggio, mentre con la stabilizzazione dei regni la classe sociale dei guerrieri si fuse con quella degli schiavi, formando i lavoratori/servi. Con le innovazioni tecniche dell’anno 1000 che permisero all’agricoltura di rifiorire, i servi poterono cominciare a spostarsi nelle città, dove nacquero ceti artigiani molto simili a quelli che abbiamo potuto trovare nelle civiltà precedenti. Le corporazioni regolamentavano la produzione e la vendita dei beni, mentre un ceto mercantile si occupò della circolazione delle merci.

Dopo il 1500 la politica e la società perciò cambiarono profondamente, abbandonando le vecchie economie locali e agricole per spostarsi gradualmente verso economie di commercio e di produzione. Il commercio internazionale causò l’inizio dell’industrializzazione, in quanto ciascuno Stato si specializzava nella produzione di un prodotto nazionale e col commercio doveva supplire anche alle necessità delle altre nazioni, e viceversa. Questo si può osservare ad esempio nella produzione di tessuti in Inghilterra e in Italia, di carbone in Germania e in Inghilterra e di metalli in Europa Centrale.

L’afflusso di oro in Europa grazie alla Spagna permise il conio di monete in quantità sufficienti per permettere lo scambio delle merci. Questo inoltre favorì la nascita di banche (Fugger, Medici), cui funzione era quella di favorire gli investimenti basandosi sulla fiducia, sul “credito”, passo fondamentale per la nascita dell’economia moderna che analizzerò meglio in futuro.

La nascita del ceto borghese permise anche la nascita di una concezione borghese del mondo, dove l’uomo era il nuovo protagonista degli eventi e non più “forze superiori” come Dio e la Natura, ormai soggetta all’uomo grazie alle scoperte scientifiche. Non è una coincidenza dopotutto che l’Umanesimo nacque in concomitanza con il ceto borghese, composto da gruppi artigianali, commerciali e bancari che vivevano nelle città. La società si era dinamicizzata, e i limiti dell’organizzazione politica stavano cominciando a farsi sentire.

Possiamo annoverare tra gli eventi più importanti del ‘500 anche la nascita del protestantesimo, branca del Cattolicesimo nata anche per dare voce alla morale borghese che non si focalizzava più sull’istituzione e sul mistico, bensì sull’individuo e sulla materialità (pensiamo ad esempio al sacerdozio universale, o all’etica del lavoro). Il sociologo Max Weber identificò proprio nell’etica calvinista uno dei motori che spinsero lo sviluppo della borghesia, creando perciò una concausa ideologica generata anch’essa dalll’economia.

L’età moderna

Una volta che i rapporti di produzione cominciarono ad evolversi verso una economia di quantità e di scambio, le corporazioni artigianali cominciarono a indebolirsi per infine scomparire, in quanto la dinamicità del commercio e dell’imprenditoria borghese non aveva più bisogno delle obsolete protezioni corporative e, anzi, ne era limitata. I governi cominciarono a farsi carico della regolamentazione del commercio, sfruttandolo spesso come strumento di ricatto nei confronti degli altri paesi, e talvolta ricorrendo a dazi e protezionismo per la protezione del mercato produttivo interno. Il mercantilismo, il Blocco Continentale e addirittura la Guerra Commerciale tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese dimostrano come la tendenza non si sia fermata nel passato: il commercio internazionale e la sua eventuale strumentalizzazione, è intrinseca nel sistema capitalistico avanzato.

La nascita dei mercati orientali durante le colonizzazioni da parte di Inghilterra, Francia, Portogallo, Spagna e Olanda fu causa di numerose guerre, nelle quali, a differenza dei secoli precedenti, la posta in gioco non erano schiavi né territori: erano mercati e risorse.

L’Assolutismo in Francia e la Monarchia Costituzionale nel Regno Unito sono due facce della stessa medaglia: il commercio poteva essere sotto controllo degli imprenditori (Inghilterra) o del monarca (Francia). Possiamo notare chiaramente come l’economia in Inghilterra, e i suoi rapporti di produzione, si evolvettero molto più rapidamente a causa del libero commercio, portando l’industrializzazione vera e propria molto prima che in Francia.

La borghesia intanto stava facendo sentire la propria influenza economica anche dal punto di vista politico, sociale e culturale. In Inghilterra non fu permessa l’instaurazione di una Monarchia Assoluta da parte di Carlo I proprio dalla borghesia (e non del “popolo contadino”, come vedremo anche nella Rivoluzione Francese); in Francia invece Luigi XIV riuscì nei suoi intenti proprio perché la sua nazione era economicamente più arretrata, e perciò non poteva avere una borghesia potente che spingesse per un sistema politico e commerciale diverso.

Non possiamo nemmeno ignorare la Spagna che, durante il ‘600 e ‘700 fu quasi completamente irrilevante dal punto di vista politico nello scenario europeo ed estremamente arretrata socialmente e giuridicamente proprio a causa della sua incapacità di essere al passo coi tempi economicamente e produttivamente parlando. Per questo motivo non vi furono nemmeno esigenze che portassero il Regno di Spagna a cambiare atteggiamento, e di conseguenza esso rimase estremamente statico rispetto a tutto il resto del panorama europeo.

Con il metodo analitico che abbiamo utilizzato finora, possiamo facilmente rintracciare anche le radici del movimento Illuministico: esso era l’espressione massima dell’Umanesimo, in quanto era stato provocato esattamente dagli stessi borghesi, ormai sempre più rilevanti, a cui l’Assolutismo cominciava a star stretto. Cresciuto anche in risposta alla Controriforma e alla turbolenza politica del XVII secolo, esso si fondava su ideali come l’uguaglianza degli uomini di fronte allo Stato e fiducia nella Scienza. L’ateismo e il deismo, ovvero la sostituzione del mondo religioso e mistico con una filosofia razionale, furono uno dei tantissimi sbocchi culturali che marchiarono il 18° secolo. Ormai la scienza stava facendo passi da gigante dopo la famosa Rivoluzione Scientifica, e la società non poteva fare altro che riflettere questi progressi materiali dal punto di vista culturale e, come vedremo adesso, socio-politici.

Il panorama politico di fine ‘700 infatti non era dei migliori: in Francia vigeva ancora l’assolutismo borbonico, la Germania-Austria era fortemente conservatrice e in Italia c’era una miriade di staterelli che avrebbero aspettato altri 70 anni per potersi finalmente riunire. Soltanto l’Inghilterra era già proiettata in avanti, e difatti non subì stravolgimenti istituzionali particolari.

Essa però dovette fare i conti con il popolo che nel frattempo aveva preso corpo in America. Costituito prettamente da comunità calviniste e da borghesi, non c’era modo che gli esponenti più “nuovi” della società moderna non si fossero trovati fuori posto con le limitazioni e tassazioni imposte da un regno lontano. Quello che chiedevano era una rappresentazione politica in vece della loro potenza economica: in quanto questa gli fu negata, non c’era altro modo di tutelare i propri interessi se non una Rivoluzione.

La Costituzione Americana era il primo grande esempio di valori illuministici messi all’opera in un documento giuridico importante, espressione dei valori della borghesia e di quella “società nuova” che anche oggi è proiettata diversi anni più avanti nel sistema economico capitalistico, nel bene e nel male.

Ma la Rivoluzione Americana non fu tanto importante e tanto particolare quanto quella Francese, siccome la seconda dovette fare i conti con le vestigia dell’assolutismo del Re Sole, di un sistema monarchico che era alla sua manifestazione apicale. La borghesia in Francia si scontrò con un sistema politico e giuridico che non poteva più essere mantenuto, e che rimaneva una reminescenza del passato in quanto la composizione sociale era cambiata radicalmente. In concomitanza con la crisi economica del 1788, il “Terzo Stato” decise di prendere in mano la situazione, e di praticare un rovesciamento epocale: la Rivoluzione Francese.

L’età contemporanea

Durante la Rivoluzione Francese, i cambiamenti furono molti.

I valori dell’Illuminismo vennero applicati ovunque, a partire dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino per arrivare all’amministrazione, al diritto di voto, alla proprietà, all’istruzione e così via. Quello che però ci interessa è cosa determinò questi cambiamenti: la borghesia parigina fu la più importante fautrice della Rivoluzione, tanto che le masse contadine, i nobili e il clero furono strenui oppositori che ricorsero ad ogni strumento loro disponibile per tornare al potere, compresa l’invocazione di aiuto da parte di Luigi XVI al cognato Leopoldo II d’Austria. Anche la rivolta in Vandea fu un indicatore molto importante dell’umore della campagna, rimasta profondamente contro-rivoluzionaria a causa di arretratezza socio-economica e conseguente sentimento conservatore.

Vi furono numerossissimi tentativi dei poveri e dei ceti meno abbienti di Parigi di ottenere maggior giustizia sociale dalla situazione malleabile della Rivoluzione. In primis gli Enragés e i sanculotti (appartenenti alle classi di stipendiati) interferivano con le iniziative borghesi del Rivoluzionario per eccellenza: Maximilien de Robespierre. L’avvocato era un ottimo esempio di piccolo-borghese parigino: era colto, intraprendente e “virtuoso”, e dovette scontrarsi a più riprese con Enragés, sanculotti e rappresentanti della proto-sinistra radicale che stavano cominciando a formarsi in contrapposizione al movimento progressista borghese.

Con il colpo di stato del Termidoro, tornò in forza politicamente la nobiltà che istituì la Costituzione del 1795, dando seguito ad un tira e molla di potere che continuò fino all’arrivo di Napoleone. L’importante è l’immensa impronta che la Rivoluzione diede in Europa non solo culturalmente, ma anche socialmente: era il primo stato dove la Borghesia era riuscita a conquistarsi il pieno controllo sul sistema Statale, con conseguente adeguamento della politica in funzione del rapporto di produzione vigente (con un feudalesimo ormai semi-scomparso, e una economia quasi pronta all’industrializzazione).

Con l’avvento di Napoleone il sistema amministrativo riuscì a stabilizzarsi e a “borghesizzarsi”, arrivando al passo coi tempi. Questo avviò numerosissimi movimenti progressisti in giro per l’Europa, con frequenti moti rivoluzionari (1820/21, poi nel 1830/31 e infine nel 1848) che fecero da scosse di assestamento con le quali le sovrastrutture politiche e giuridiche si modernizzavano per rispecchiare la sovrastruttura sociale, a sua volta manifestazione della struttura economica. Abbiamo così avuto le porte aperte per la conseguente Rivoluzione Industriale, che in larga misura ha plasmato anche la società di oggi: il capitalismo contemporaneo è proprio nato a metà ‘800, quando un giovane signore di nome Karl Marx e il suo fedele amico Friedrich Engels analizzarono la struttura economica capitalista. Essi dovettero scontrarsi con l’Idealismo che all’epoca imperversava in Germania, andando a formulare lo stesso metodo analitico che abbiamo usato adesso per indagare la storia e le sue trasformazioni, per controbattere i “farfugliamenti ideologici” dei loro colleghi dei Giovani Hegeliani. Chiusa parentesi.

Il capitalismo all’epoca aveva dei protagonisti molto diversi da quelli attuali, ma la struttura è fondamentalmente la stessa: la produzione industriale, all’epoca predominante, con la graduale meccanizzazione riuscì a “liberare” un grandissimo numero di operai (ricordate che era successo anche nell’antichità e poi nel Medioevo ?) che poterono dedicarsi al settore terziario, dei servizi. Siamo arrivati infatti ad un livello di evoluzione produttiva ed economica nel quale i nostri bisogni materiali sono pienamente soddisfatti. Al giorno d’oggi, la continua espansione del capitalismo non ha causato soltanto un cambiamento quantitativo sotto la forma di quantità di produzione o di mercato abbracciato, ma anche un cambiamento qualitativo, in quanto l’economia “reale” oggi è abbraciata dall’economia “finanziaria”, che svilupperò prossimamente.

Come era nata l’espressione ideologica dei borghesi in anticipo della loro rivoluzione, e conseguente dominio, in quanto “classe del futuro”, allo stesso modo il socialismo nacque con la comparsa del proletariato. Inizialmente si parlava di socialismo utopico, come quello di Owen, di Moore, di Saint-Simon, di Fourier e così via, mentre poi a metà dell’800 Marx ed Engels decisero di dare uno sguardo più metodico al capitalismo, creando il “socialismo scientifico”, di cui parleremo meglio nel prossimo articolo e del quale avete avuto un assaggio per quanto riguarda la sistematicità.

In ogni caso, da fine ‘800 abbiamo potuto assistere ad un’intensa colonizzazione del mondo da parte delle potenze europee proprio al fine di ottenere mercati e risorse, oltre che aumentare il loro prestigio interno ed internazionale, per non parlare dell’intensissima industrializzazione dei paesi relativamente arretrati (Cina, India, Sud-est Asiatico) e della “terziarizzazione” nei paesi sviluppati. Le numerose crisi economiche che si sono periodicamente proposte nel mondo occidentale, nel quale vige il capitalismo, sono state (con)causa in modo ciclico di estremizzazione politica e di conseguenze sociali. Questi dettagli però li vedremo meglio in futuro, nella serie sulle tendenze sistemiche del capitalismo.

Per concludere, ringrazio i veri coraggiosi per la lettura di questo immenso articolo.

Ci vediamo alla prossima!

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