È una sorta di mito ricorrente che i Marxisti siano “fissati” con i mezzi di produzione, ma dall’analisi storica che abbiamo fatto nell’articolo precedente si dovrebbe già delineare grossomodo il motivo, ovvero il ruolo fondamentale che occupano nella società.

Cosa sono i mezzi di produzione ?

Come abbiamo visto, i mezzi di produzione sono la “X” che permette alla società di esistere, soddisfando i suoi bisogni materiali. Essi possono essere filatoi, macchine per la produzione di occhiali, mietitrebbie e così via. Essi infatti hanno il ruolo di fornire all’uomo tutto ciò che gli serve per vivere: anche il computer sul quale sto scrivendo è stato prodotto, come la stanza in cui sto, i vestiti che indosso ecc.

I mezzi di produzione sono cambiati radicalmente con il passare dei secoli: nel corso della Storia l’uomo ha avuto a disposizione tecnologia di livello sempre crescente, con la quale ha potuto alleviare il peso di determinati compiti per potersi dedicare alla produzione di beni più “avanzati”.

Lo abbiamo visto con la Rinascita dell’anno Mille, durante la quale le numerose innovazioni agricole permisero l’impiego di meno contadini a parità di produzione, consentendo così lo spostamento di alcuni contadini nei borghi cittadini, andando a costituire poi i nuclei artigianali.

Possiamo dire lo stesso anche con la Rivoluzione Industriale, dove gli immensi avanzamenti tecnici automatizzarono e aumentarono la produttività del lavoro, permettendo che diversi membri del gruppo dei proletari si potesse dedicare a qualcosa “sopra” la produzione industriale, ovvero i servizi.

Più avanzati i mezzi di produzione dunque, meno lavoro è necessario per un determinato settore economico e di conseguenza più lavoratori disponibili per un settore economico più avanzato. Al giorno d’oggi infatti, circa il 3.7% della popolazione in Italia lavora nel settore agricolo producendo circa il 75% dei beni agricoli necessari al paese di ben 60 milioni e mezzo di abitanti: 796 mila lavoratori riescono a supplire per 45 milioni di italiani. Non male, considerato che durante l’Alto Medioevo quasi ognuno era costretto a lavorare nei campi.

Abbiamo perciò una trasformazione progressiva dei mezzi di produzione da “umani” a tecnologici: prima c’era manodopera umana nei campi anche per le operazioni più semplici, ora invece si usano macchinari e tecniche di ogni tipo; prima nelle industrie si tesseva a mano, si scriveva con i caratteri mobili manualmente, mentre adesso nelle tipografie e nelle industrie tessili l’uomo si limita ad occuparsi di mansioni marginali.

Questo tipo di trasformazione si può osservare in tutto il percorso della Storia: all’inizio l’unica manodopera esistente erano gli umani, generando dunque la necessità di una società basata sugli schiavi; poi, durante il Basso Medioevo e il Rinascimento, il lavoro nei campi fu progressivamente abbandonato in quanto la manodopera umana fu resa più efficiente dalle scoperte tecnologiche, facendo nascere una società fondata sul lavoro industriale; con la Rivoluzione Industriale anche gli operai vennero sostituiti man mano dal lavoro meccanizzato, dando il via alla società attuale dei servizi. Al giorno d’oggi, anche essi si stanno progressivamente automatizzando.

La forma dei mezzi di produzione

Come abbiamo visto, i mezzi di produzione da umani diventano meccanici in base al livello di avanzamento tecnologico della civiltà in analisi.

Data la loro importanza fondamentale per l’esistenza e per la crescita della società, la questione della proprietà dei mezzi di produzione diventa spinosa: a chi appartengono ?

Nel corso della storia, abbiamo potuto osservare che con il “comunismo primitivo“, tutti i beni della comunità erano a disposizione di tutti, frutto di una divisione praticamente nulla del lavoro: ognuno poteva fare il lavoro di qualcun altro, e tutti avevano il compito di sfamare la comunità.

Con la crescita dell’efficienza del lavoro, alcune classi sociali poterono esimersi dal lavorare i campi/allevare gli animali. Conseguenza di questo fu che anche i “mezzi di produzione” (ovvero gli schiavi) diventarono una classe sociale a sé; la separazione dei ruoli prese vita insieme anche al possesso dei mezzi di produzione, nell’antichità in mano a classi privilegiate di cittadini che, per giustificazioni religiose, politiche e militari, si accaparrava uno status superiore a quello del cittadino lavoratore. Questa separazione sociale prese forma nei diversi diritti che avevano i cittadini di classi sociali “superiori” rispetto alle classi sociali “inferiori”, compreso il diritto di possedere cittadini “inferiori”. È da evidenziare che non era possibile possere persone dello stesso rango sociale, tantomeno di uno più alto: questo significa che, giuridicamente, non esisteva la proprietà di altri individui in generale, bensì quella di individui di classe inferiore.

Nel corso dell’antichità, la situazione non cambiò radicalmente, evolvendosi comunque gradualmente grazie alle innovazioni tecnologiche della Grecia antica, che poté evolversi in una civiltà mercantile in quanto esisteva un surplus di prodotti che era possibile commerciare. Anche Roma ebbe il suo ruolo fondamentale con la costruzione delle strade e della diffusione di monete standard in tutta Europa. Questo generò dei ceti sociali che trascendevano la dicotomia schiavo/padrone, richiedendo anche una forma primitiva di proprietà privata di mezzi di produzione tecnologici (ad esempio torni, gru ecc).

Durante l’Alto Medioevo si ebbe una “ricaduta” tecnologica a causa dell’arretratezza tecnologica e di conseguenza economica delle popolazioni barbariche che erano ancora allo stato nomade, fondando la loro sopravvivenza tra l’altro sulla razzia e non sulla produzione di beni: il ritorno al passato economico provocò anche un’arretratezza sociale generale, facendo tornare la civiltà ad uno stato agricolo e feudale. I mezzi di produzione erano di nuovo proprietà esclusiva dei feudatari.

La Rinascita dell’Anno Mille diede il via ad una ri-artigianalizzazione dell’economia che, con le progressive scoperte, si trasformò da lavoro a mano a lavoro meccanizzato. Col passare del tempo si delineò una divisione nella classe borghese: i “vecchi” borghesi prendevano i contadini che emigravano dalle campagne nelle loro botteghe, promuovendosi a “capi-botteghe” o, come diremmo oggi, proto-capitalisti. La natura della relazione economica era diversa però da quella che contraddistingueva le società schiavili: i capo-bottega infatti non avevano nessun diritto di proprietà sui loro apprendisti e dipendenti, in quanto appartenevano alla stessa classe sociale; possedevano però la bottega e tutti gli utensili in essa contenuti, con i quali i proto-operai lavoravano. Nonostante in forma primordiale, questa è esattamente la stessa relazione di produzione che esiste oggi, con l’industriale che possiede la fabbrica ma non gli operai.

Questa relazione fu coadiuvata anche da una novità dal punto di vista economico-politico.

Dopo la crisi del ‘600 il metodo di sfruttamento feudale, ovvero l’obbligo di lavorare determinate giornate per il feudatario, fu reso praticamente insostenibile dalla crisi economica del tempo. L’intero feudalesimo era fondamentalmente incapace di investire nei mezzi di produzione (e perciò di far avanzare il progresso tecnologico, economico ecc.), spendendo invece ingenti risorse nel mantenimento di un potere extra-economico sotto forma di potere politico e militare. La tecnologia a disposizione dei contadini non gli permetteva di vivere in maniera decorosa considerando il pagamento ingente di risorse verso il feudatario.

In Inghilterra il nucleo urbano del villaggio si trasformò perciò in uno strumento di lotta di classe, coordinata dalle consolidate istituzioni contadine che riuscivano a tener testa alla scarsa organizzazione e reale potere dei signori feudali, che oltretutto cambiavano ciclicamente tra un conflitto e l’altro. La lotta continuò fino a che i contadini non ottennero la concessione che diede fondamento alla nascita del capitalismo moderno in Inghilterra: ora la terra poteva essere proprietà privata dei singoli contadini, che delimitarono i loro campi da quelli degli altri con le staccionate altresì chiamate “Enclosures”.

Naturalmente i grandi contadini ebbero il vantaggio più grande di tutti, potendo ora sfruttare loro i contadini meno abbienti per l’utilizzo, necessario alla sussistenza, degli appezzamenti di terra. Questo trasformò anche l’aristocrazia feudale in un’aristocrazia capitalista, dovendo essa mantenere tutto il potere possibile sui territori in suo controllo: la proprietà non era più concessione dal re, bensì dell’individuo; conseguenza di ciò fu l’economizzazione delle relazioni, ora basate sullo scambio di denaro/merci piuttosto che sul vincolo di fedeltà, specialmente negli alti strati della società dove quest’ultimo era effettivamente valido.

Sommiamo l’economizzazione delle relazioni sociali e la sempre più organizzata produzione industriale urbana ad opera della borghesia e otteniamo il lavoro salariato industriale. Al giorno d’oggi questa relazione rimane, di base, immutata, anche se ci sono altri notevoli cambiamenti che esaminerò più avanti. L’accentramento della popolazione nei centri urbani permise anche una grande affluenza di manodopera proletaria, impossibilitata a sopravvivere nelle campagne. Ad aiutare l’espansione industriale fu anche la Rivoluzione Scientifica, in concordanza con l’immenso movimento scientifico messo in moto con l’Illuminismo: ora si aveva un tessuto socio-economico e un avanzamento scientifico-tecnologico perfetto per lo sviluppo di un nuovo modello economico, sociale e politico.

Anche la Francia stava vivendo un’industrializzazione, sebbene più moderata. Il motivo del collasso della monarchia assoluta fu l’intralcio del sistema politico alla nuova potenza economica che aveva la borghesia, non rappresentata in alcun modo degno di nota all’interno del processo decisionale francese. Sommato alla mala gestione dell’economia più in generale (causata, tra l’altro, dal Mercantilismo) e alla conseguente crisi economica, la borghesia oppressa e i sanculotti affamati rovesciarono violentemente il potere, aprendo le porte ad un periodo storico di “borghesizzazione” delle istituzioni da parte di Napoleone e alla “popolarizzazione” della politica.

Il resto del 1800, come abbiamo potuto asserire nell’articolo precedente, fu un periodo di assestamento per il potere politico, e conseguentemente fu il secolo della vera e propria Rivoluzione Industriale e finanzializzazione del capitalismo. La nascita delle Borse (a Londra nel 1801, a New York nel 1817 e a Milano nel 1808) permise ai privati di partecipare nelle aziende che avevano bisogno di capitale, sia esso per nuovi investimenti o per risollevarsi dal debito, individualizzando l’attività che precedentemente era prerogativa assoluta delle Banche, ovvero il prestito del denaro.

Prestito del denaro che aveva cambiato forma: l’individuo ora poteva acquistare un pezzetto dell’azienda (ovvero un’azione), finanziando con i soldi dell’acquisto determinate attivitò che servivano all’azienda stessa. L’azienda paga “gli interessi” sotto forma di dividendo, ovvero una somma di denaro che l’azienda paga all’investitore per il possesso delle azioni. Man mano che il valore dell’azienda aumenta, anche la “fetta” in possesso dell’azionista aumenta di valore, permettendogli eventualmente di rivendere l’azione ad un valore più alto.

Il mondo finanziario ha ricoperto un’enorme ruolo nella redistribuzione di risorse nelle aziende che sembravano più promettenti, come ha anche causato grossi problemi con le bolle speculative che periodicamente causano dei mini-crolli economici. È importante infatti la natura irrazionale del mondo finanziario: gli investimenti, nonostante analisi, preventivi, possibili opzioni e così via, sono fondamentalmente abbandonati all’impressione di una determinata azienda. Facebook, con la rivelazione di giri meno chiari con Cambridge Analytica il 17 marzo, ha perso il 18% del valore azionario in due giorni, eppure fondamentalmente il servizio di Facebook non è cambiato di una virgola. L’instabilità del mercato finanziario è una cosa che analizzeremo in seguito molto più approfonditamente, ma adesso la cosa più importante di cui dobbiamo tener conto è la fluidificazione del capitale.

Capitale che non è stato fermo dall’800 a oggi, allargando il mercato a tutto il mondo e, in virtù del profitto, spostando moltissime industrie e servizi in luoghi dove il lavoro costa meno e/o è più proficuo: globalizzazione. Il mercato globale non è un’aberrazione del capitalismo, ma la sua naturale conseguenza, in quanto il capitalista in ricerca del profitto vuole spendere il minimo possibile per i suoi prodotti e servizi delocalizzando la produzione industriale in Cina o i call center in Albania. I tentativi di Trump di arginare i pesanti effetti della globalizzazione (sfruttata con maestria dalla Cina) sull’economia produttiva americana sono deboli in quanto essi stessi vanno a rendere proficuo “artificialmente”, ovvero con i dazi o con assenza di tali, produrre in Stato X piuttosto che Stato Y. La questione è anche politica, perciò ci fermiamo a queste osservazioni per adesso.

Per far capire l’importanza della finanza, esistono oggi in Italia delle leggi che regolano e determinano dei reati finanziari, ed essa stessa nel corso dell’ultimo secolo è stata terreno fertile di crisi, tra cui annoveriamo il famosissimo crash di Wall Street, che agì da catalizzatore per la Grande Depressione.

La nostra era è caratterizzata non solo da finanza e da globalizzazione, ma anche da un’economia fondata sul servizio. Al giorno d’oggi infatti gli strumenti produttivi sono arrivati ad un tale livello tecnologico che la produzione di beni materiali (agricoli e industriali) impegna solo parte della popolazione per la soddisfazione dei bisogni di tutti. Solo 7 milioni e mezzo di italiani lavorano in agricoltura e industria, lasciando altri 15.5 milioni di lavoratori a dedicarsi alla distribuzione di servizi, che possono essere di qualsiasi tipo: intrattenimento, ristorazione, cultura, turismo, arte e così via.

La digitalizzazione delle nostre vite ha dato uno stimolo non indifferente all’economia del servizio, rendolo fruibile economicamente, facilmente e rapidamente. Un cambiamento che però stiamo cominciando ad osservare è lo spostamento anche della fonte di guadagno in questa nuova economia: le pubblicità, la rivendita, l’abbonamento. Con l’avvento dei computer e, poco dopo, di Internet, siamo stati proiettati in un mondo che nemmeno i più fervidi fantasticatori del 1900 avrebbero potuto immaginare, per non parlare delle immense innovazioni tecnologiche che ci hanno permesso, in soli 100 anni, di passare da un velivolo che a spizzichi e bocconi percorre qualche centinaio di metri a jet supersonici come il Concorde che attraversano l’Oceano Atlantico in qualche ora. Le intelligenze artificiali, la miniaturizzazione, la possibilità di eseguire simulazioni al computer di qualsiasi struttura architettonica, meccanica e termodinamica per ottimizzarne al massimo l’efficienza, il trasporto di un prodotto dall’Estremo Oriente a casa nostra in meno di una settimana quando il povero Marco Polo è arrivato in Asia dopo diversi mesi di viaggio nei deserti e nelle steppe asiatiche.

Il cambiamento della tecnologia ha fatto scaturire anche cambiamenti nell’economia: come ho già accennato infatti, oggi i servizi si tende sempre di più a venderli tramite abbonamento proprio perché è facile revocare l’uso di un prodotto digitale piuttosto che di uno fisico. L’abbonamento sta diventando più un affitto che altro, in quanto allo scadere dell’abbonamento almeno il giornale lo tenevi.

A parte certe lamentele, il capitalismo di oggi si trova davanti a sfide che non ci si sarebbe mai aspettati cento anni fa, tra la sostenibilità ambientale al divario tra multi-miliardari e persone comuni (8 persone possiedono tanto quanto i 3.5 miliardi più poveri del pianeta), ai diritti dei lavoratori in un mercato sempre più precario e in mano alla speculazione. Ma non solo, ci sono anche dei problemi sistemici del capitalismo che ne determineranno la fine prossima. Quello di cui oggi abbiamo bisogno però non è fossilizzarci su quello che disse Marx 150 anni fa, bensì portare avanti lo studio della società, dell’economia, della politica e della cultura trovando soluzioni nuove ai problemi nuovi.

Il possesso dei mezzi di produzione

Come abbiamo potuto vedere, col passare del tempo è cambiata la forma dei mezzi di produzione, e al contempo è cambiata anche la loro proprietà e utilizzo. Ci sono moltissime correnti di pensiero diverse nella “sinistra estrema” (che è estrema per il semplice fatto che propone un cambiamento radicale della società), ma tutte sono accomunate dal possesso collettivo dei mezzi di produzione: perché ?

Fondamentalmente la ragione di questo è che i mezzi di produzione sono a utile dell’intera società, e pertanto devono appartenere ad essa. Non solo, Petr Kropotkin ci spiega magistralmente come l’origine dei mezzi di produzione (oltre alla cultura, all’economia ecc) sia di tipo sociale:

“Ogni macchina ha la stessa storia; lunga storia di notti bianche e di miseria, di disillusioni e di gioie, di miglioramenti parziali trovati con più generazioni di operai sconosciuti che aiutarono l’invenzione iniziale di piccoli niente senza i quali l’idea più feconda resta sterile.
Più ancora, ogni nuova invenzione è una sintesi – risultante da mille invenzioni precedenti nel vasto campo della meccanica e dell’industria.
Scienza e industria, sapere e applicazione, scoperta e realizzazione pratica conducono a nuove scoperte, lavoro intellettuale e lavoro manuale – pensiero e lavoro delle braccia – tutto si domina. Ogni scoperta, ogni progresso, ogni aumento di ricchezza dell’umanità ha la sua origine nell’insieme del lavoro manuale e intellettuale del passato e del presente.
Quindi, con quale diritto potrebbe appropriarsi della minima particella di questo immenso tutto, e dire: questo è mio, non vostro?”

Inoltre, il fatto che i mezzi di produzione siano di possesso comune impedisce anche eventuali “ricatti” da parte di privati che ne detengono il monopolio, permettendo invece uno sviluppo armonioso in vista della società e del benessere comune, e non dell’avidità dell’individuo.

Perciò quali correnti di sinistra esistono, e come propongono di utilizzare i mezzi di produzione ?

Lo scopriremo nel prossimo articolo!

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